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31 Ott

Paz de la Huerta at Cafe de Flore in Paris by Olivier ZahmLe istruzioni di Pierluigi erano diverse rispetto all’andata: una volta arrivati sul Raccordo ci disse che era a nostra disposizione per accompagnarci dove più ci era comodo; nessuna delle ragazze aveva però un gran voglia di farsi portare fino a casa, e se è per questo nemmeno io.

 


Fabrizia ed Arja si fecero lasciare ad una fermata della metro, Milena e Ilary, dopo avermi consultata con uno sguardo, scesero nei pressi dello studio per poi andare a prendere un tassì.
Toccava a me.
“Prego signorina, dove posso lasciarla?”, mi chiese quando restai sola a bordo.
Già, dove? Come sempre quando non dormivo a casa, Cristina era da Paola e Sara, e dopo aver passato il fine settimana con loro sarebbe andata direttamente in ufficio da lì e sarebbe rientrata solo la sera dopo; io non avevo nessuna voglia di raggiungerla, magari interrompendo qualcosa o rischiando di essere coinvolta in una qualche complicata scopata a quattro sotto la regia di Sara, e nemmeno volevo tornare in una casa vuota. Desideravo invece compagnia, un tavolo in un buon ristorante, una cena appetitosa ed abbondante, e anche un po’ di sesso: nonostante qualche dolorino muscolare mi sentivo pronta e quasi eccitata.
“Signorina, ha detto qualcosa?”, fece di nuovo Pierluigi.
Già, cosa avevo detto?
“Pierluigi, lei ieri sera mi ha fatto un torto”, risposi quasi senza pensarci.
“Mi scusi, signorina, ma la sua amica era molto desiderabile e non ero mai stato con lei”.
“Io le sono già venuta a noia”?
Si voltò a mezzo, mi accorsi che era impallidito, o forse era solo effetto della luce di cortesia e del riflesso dell’illuminazione stradale.
“Ecco, veramente no. Ma lì, ieri sera, non mi è sembrato il caso”.
“Non le porto rancore ma deve fare qualcosa per me”.
“Sono a disposizione della signorina”. Mi sembrò che il suo sollievo fosse palpabile.
“Mi faccia da cavaliere, stasera, andiamo a cena assieme”, dissi, per pentirmene immediatamente. Chissà cosa avrebbe capito, pensai, ma Pierluigi non era affatto stupido.
“Sono a disposizione della signorina”, ribadì, “e se posso permettermi, suggerirei un ottimo locale, cucina toscana, magnifico servizio”.
Dissi che per me andava benissimo, e pensai che magari, se glielo avessi ordinato, saremmo forse riusciti anche a darci del tu prima di finire di nuovo a letto assieme, ma non era una priorità.
“Ci vorrà molto”?
“No signorina, siamo molto vicini”.
Mi venne un brivido all’idea di girare con quel bestione nel centro di Roma, perché mi resi conto che stava puntando con decisione verso via Veneto, ma Pierluigi guidava con grande maestria ed era avvantaggiato da un traffico insolitamente scarso e riuscì addirittura a parcheggiare in quello che mi sembrò un fazzoletto, a due passi dal locale, che non conoscevo, alle spalle di piazza Barberini.
Mi porse la mano per aiutarmi a scendere e, come prescrivono le regole di etichetta e pochi sanno, mi precedette all’interno.
Nonostante il suo intestardirsi a darmi del lei, si dimostrò un ottimo commensale ed un gradevole conversatore: mentre mangiavo la classica fiorentina e bevevo il rosso toscano che così bene le si accompagnava, imparai tutto, ma proprio tutto, sulla razza chianina e sul disciplinare del Chianti Classico, ma non fu per niente noioso starlo ad ascoltare.
Piuttosto, fui io a non essere di grande compagnia; ogni tanto mi veniva in mente che in fondo non era stata una grande idea e che forse dopo la cena potevo salire su un tassì e tornarmene a casa.
Alla fine, quando fermai Pierluigi che stava chiedendo il conto e stavo per pregarlo di far chiamare il tassì che mi serviva, lui mi guardò fisso e mi disse: “Naturalmente viene a bere il bicchiere della staffa a palazzo”.
Non me lo chiese neanche: ancora mi dava del lei, ma si stava decisamente sgelando.

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