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1 Nov

VCHPVC003“Vede, signorina, i signori sono rimasti in Toscana, ma io godo di una certa libertà anche quando ci sono loro”, mi disse mentre infilava il van non in un garage ma in una rientranza del muro rivelata dalla saracinesca che si era alzata silenziosamente al nostro arrivo.
Trattenni un gridolino di sorpresa quando il pavimento si abbassò inghiottendo il van con noi dentro.

 

Era un modo un po’ particolare di entrare in garage, ma immaginai che non si potessero scavare rampe di accesso in un palazzo barocco.
“Prego signorina, mi dia la mano, le porto io la valigia”, e mi fece di nuovo strada per i labirintici spazi di quel palazzo che, ogni volta che ci mettevo piede, mi sembrava diverso ed incomprensibile.
“Ecco, i miei quartieri sono da questa parte, proprio sopra quelli dei signori”.
I suoi quartieri erano un salottino, uno studiolo, una camera da letto ed un bagno, posti uno dietro l’altro ed in qualche modo isolati dal resto del palazzo.
Prese il mio cappotto e mi fece accomodare sul divano per ricomparire un istante dopo con una caraffa e due pesanti bicchieri di cristallo.
“Prego signorina, sono certo che questo whisky le piacerà”, e me ne versò una generosa dose. “All’inizio della mia carriera ho lavorato per il proprietario della distilleria, il fratello minore di un membro della Camera dei Lord”.
Assaggiai con cautela: niente odore di torba, zero sentori di fiori o frutta, solo un morbido fuoco liquido. Annuii e Pierluigi continuò dopo essersi servito a sua volta.
“Quando diedi le dimissioni ebbi ottime referenze e la promessa di quattro bottiglie l’anno di questa riserva speciale, vita natural durante. Purtroppo il signore aveva dimenticato di precisare la vita di chi”. Si interruppe per bere un sorso. “E’ morto tre anni fa ed il figlio non si è sentito vincolato da quell’impegno, e questo è quello che rimane dell’ultima bottiglia: sarò onorato di berlo con lei”.
Bevemmo assieme, guardandoci negli occhi; Pierluigi si sentiva sempre di più a suo agio e sbottonò la giacca quasi chiedendomi scusa.
Poi riprese a raccontare.
“Non gli ero simpatico. Rifiutai di andare a letto con lui, peggiorai le cose portandomi a letto la cameriera personale della signora, ma il vero errore fu che ce ne vantammo. Vede signorina, quella ragazza era l’unica che riuscisse ad accettare le pratiche che tanto piacevano al signorino”.
Gli scoccai un’occhiata interrogativa.
“Ero giovane e impulsivo, allora. Lei sa, signorina, che mi piacciono gli uomini come e più delle donne, ma il signorino prediligeva qualcosa che io allora detestavo, come ancora detesto adesso”.
Bevemmo, me ne versò ancora, e continuò con un sorriso: “Ecco, si vestiva da donna e voleva essere frustato con la canna di bambù, le gonne tirate sulla testa. Etero, omo, va bene tutto, ma il travestitismo mi dà veramente fastidio. Lo so, adesso si chiama crossdressing, ma non basta un nome inglese per nobilitare una pratica che degrada gli uomini e le donne. Se non sei contento del tuo genere fai l’intervento, ho sempre pensato”.
Provai a fermarlo, ma con cortese fermezza versò ancora.
“Lo fece un gran signore spagnolo, che mi assunse anche perché un po’ gli assomigliavo. Lui era in clinica ed io dovevo impersonarlo, era una cosa che non si doveva sapere, lei comprende. E fui io a fare l’ultima dichiarazione, sempre impersonandolo, quando annunciai che avrebbe liquidato tutte le sue attività e si sarebbe ritirato sulla sua isola nell’Oceano Pacifico. Ovviamente non dissi che con lui, anzi con lei, sarebbe andati venti vigorosi ragazzotti perché non soffrisse di solitudine”.
Altro sorriso. Pierluigi si confermava un gradevolissimo affabulatore ed io lo lasciavo parlare.
“Per i signori lavoro ormai da quattro anni, è il periodo più lungo nello stesso posto. Mi chiedono di fare cose che un maggiordomo non si aspetterebbe, per la verità”.
“Ma lei li ha sempre soddisfatti, immagino?”, provai a dire.
“Sì, e questo è un problema. Vede, signorina, c’era un patto molto chiaro: io obbedivo, e in cambio avevo la possibilità di godermi le signorine che i signori facevano venire qui”.
Alzò una mano, per pregarmi di non interromperlo.
“Come a tutti, a me le belle donne piacciono, ed i signori hanno sempre chiamato donne molto belle. Come lei, signorina”.
Biascicai qualcosa come: “Troppo gentile” e rituffai il naso nel bicchiere; Pierluigi stava venendo al dunque, qualsiasi cosa fosse.
“Ecco, questa volta è stato diverso. Ho colpito la signorina di colore, ho colpito la signorina con i capelli neri e, con rispetto, le tette grosse, ho colpito lei, e sono imperdonabile, non le ho ancora chiesto scusa per quello, e mi è piaciuto. Davvero, mi auguravo che anche le altre signorine disobbedissero a qualche ordine, desideravo colpire anche loro”.

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