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2 Nov

shibari_japanPierluigi era diventato pallido come un morto, a parte due pomelli rossi sulle guance.
“E allora”, provai a trarre una conclusione, “lei vorrebbe fare con me quello che fanno i signori alle loro donne, non è vero”?
“Ecco, sì, signorina, e la cosa mi fa paura. Io ho sempre odiato la violenza, mi chiedo come questo sia stato possibile”.
“La cosa non fa paura a me. Sono stata la schiavetta di una mistress esperta e fantasiosa, e sono in grado di sopportare quasi tutto quello che lei può immaginare. Allora facciamo così, mi riempia ancora il bicchiere, e poi vada a prendere quello che

 

serve, immagino che qui ci sia abbastanza materiale per le sue fantasie. Solo, se può evitare di usare di nuovo quel manganello”.
Pierluigi fece una specie di scongiuro: “Oh no, signorina, quello è rimasto al castello, è un ordine tassativo dei signori”.
“Meglio così, faceva troppo male. Io intanto, se la cosa non le dà fastidio, fumerò una sigaretta e mi farò trovare pronta per lei: vuole che mi spogli, che la aspetti qui nuda ed in ginocchio? Non si vergogni, è una cosa che voglio fare, mi dica cosa preferisce”.
I pomelli rossi sulle guance di Pierluigi si erano allargati fino a coprirgli tutta la faccia.
“No signorina, la prego, dovremo parlare ancora, quando tornerò”.
Con un inchino mi porse un vassoio d’argento: portasigarette di legno, scatolina d’argento per i fiammiferi, posacenere di cristallo, attese che scegliessi una sigaretta e l’accendessi, poi fece un altro inchino e sparì indietreggiando, neanche fosse al cospetto della regina Elisabetta.
Ebbi il tempo di chiedermi se avesse parlato per me quel whisky così particolare, e di rispondermi di no, in realtà volevo quell’uomo, alle mie condizioni se possibile, alle sue se necessario, e di fumare la sigaretta fino al filtro. Il mio bicchiere era vuoto, nella caraffa ancora occhieggiava un fondo di liquido dorato, ma lo lasciai lì. Se Pierluigi era davvero completamente digiuno di BDSM io avrei dovuto essere più che lucida e fredda per guidarlo, farlo divertire senza farmi troppo male e possibilmente divertirmi anch’io.
Presi invece un’altra sigaretta e mi chiesi che cosa stesse combinando Pierluigi; certo, il palazzo era enorme, ma sicuramente conosceva passaggi e scorciatoie, mentre mi sembrava che mi avesse lasciata da un’eternità.
Poi, e non credevo alle mie orecchie, sentii bussare alla porta: voglio dire, chi è che chiede il permesso di entrare in camera sua?
Spensi la sigaretta, tirai un gran respiro e dissi “avanti”.
Pierluigi entrò con un mezzo inchino; me lo aspettavo carico di fruste, catene, manette, collari, insomma tutti gli strumenti del caso, invece tornava come era andato via, non aveva niente con sé, ed aveva in cambio ritrovato un colorito più o meno normale.
“Signorina, non voglio. Voglio fare sesso con lei, ma non voglio scimmiottare i signori, non voglio vendermi l’anima, non voglio fruste e catene, non voglio colpire una donna”.
Bene, il sadico pentito mi mancava. Mi alzai e gli andai incontro.
“Allora, non stia lì impalato, mi porti a letto e mi faccia divertire. E per l’amor di dio, smetta di chiamarmi signorina”.

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