963

25 Nov

mistress-2-david-namanUn notaio giovanissimo e dall’accento napoletano mi ha illustrato l’eredità di Irina, che consiste nel novantanove per cento delle quote di una società di diritto lussemburghese: sembra niente, ma la società possiede l’appartamento al Pigneto con tutto

 

l’arredamento, la moto e la Mercedes, o meglio, è intestataria dei contratti di leasing di queste ultime.
Il residuo un per cento è in mano ad un cittadino lussemburghese che figura anche come amministratore della società, con poteri molto limitati: praticamente può solo incassare i crediti e pagare le spese ordinarie, cioè i canoni di leasing e le tasse, mentre per tutto il resto gli occorre una delibera assembleare.
Le mensilità di affitto arrivavano da una banca polacca, tra tutte quelle possibili, direttamente a quella della società a Esch-sur-Alzette, e i bonifici sono cessati due mesi fa.
Il che mi ha fatto girare un po’ la testa, ma di una cosa ero sicura: di non poter lasciare questa situazione, non volendo anche grane in materia tributaria; quindi ci ho pensato sopra una notte intera, ho scambiato due chiacchiere con mio fratello e poi ho affidato al notaio l’incombenza di far rientrare in Italia l’immobile: molto banalmente, per prima cosa ha notificato il passaggio di proprietà delle quote all’amministratore, poi ha convocato un’assemblea che si è tenuta in videoconferenza e ha deliberato la messa in liquidazione della società e, alla fine, ha rogato la compravendita dell’immobile che, debitamente facultizzata, ho stipulato contraendo con me stessa, come procuratrice della società in liquidazione che vendeva e come persona fisica che comprava.
Ovviamente non ho tirato fuori un centesimo: in occasione della liquidazione mi faccio assegnare il credito nei miei confronti, che si estingue per confusione; la medesima cosa per il contratto di leasing della moto, e la poca liquidità in cassa servirà a saldare le competenze dell’amministratore lussemburghese che comunque non credo resterà disoccupato.
Con le chiavi legittimamente nella borsetta, in compagnia di Maria Carla con il fratellone e di Cristina faccio un sopralluogo al Pigneto; anche perché devo decidere cosa fare di queste quattro mura, che non posso permettermi di tenere semplicemente a disposizione, troppe tasse e seccature.
Mio fratello fa benissimo la parte di quello che non ci ha mai messo piede, Maria Carla è affascinata dalla verticalità che definisce “umbertina” delle stanze, qualunque cosa significhi, e Cristina dice che qui potrebbe lavorare benissimo con un’amica, e dichiara: “Anzi, si potrebbe starci in tre, basterebbe cambiare il divano con un letto e in due lavorano e la terza si riposa in cucina”.
Facciamo finta di niente, anche se il fratellone sta certamente pensando al piccolo bordello che abbiamo collaborato a mettere in piedi al Macao ed io mi rendo conto che Cristina ancora non ha capito che per lei come per me i tempi sono cambiati.
Allora, qualsiasi cosa possa decidere, questo appartamento è da svuotare, i vestiti potranno servire alla ONLUS, i mobili magari li venderò su Ebay, e mi chiedo anche se non sarebbe una buona idea addirittura vendere anche le mura, e finanziarmi così un anno sabbatico in qualche posto sperduto e poco costoso, con molto sole, molta spiaggia e molta tranquillità.
Maria Carla esibisce un’espressione impenetrabile, fino a che non si blocca, tra tutte le cose possibili, davanti all’armadietto dei medicinali, apre lo sportello, guarda attentamente, addirittura sposta un paio di flaconi dall’etichetta incomprensibile.
“No, non ho mal di testa, soltanto mi sembra ci sia qualcosa di strano, guarda bene”.
Mio fratello è il più alto, gli facciamo spazio e lui dopo aver svuotato un paio di ripiani conferma che il fondo dell’armadietto si muove; alle sue spalle non vediamo niente ma sentiamo il rumore che fa tirando via il pannello e poi una specie di fruscio mentre tira fuori un sacchetto di plastica.
Siamo curiose, e il più curioso è il fratellone, che strappa la plastica e si ritrova in mano una scatoletta rossa del tipo di quelle che usano le gioiellerie, si ferma e ci guarda negli occhi una per una, come a chiederci il permesso di andare avanti.
Improvvisamente mi rendo conto del silenzio che ci circonda, non si sente un rumore venire da fuori e sembra che abbiamo addirittura smesso di respirare. Faccio segno di sì, e poi sgrano gli occhi.

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Una Risposta to “963”

  1. Tigre novembre 26, 2014 a 11:20 am #

    Ora sono curiosa…

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